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VENERDI’ SANTO
Le Ultime sette parle di Gesù sulla croce
Per tutti i Figli della Luce lontani da Carrara e per tutti coloro che volessero vivere questo venerdì santo riflettendo e contemplando la passione di Cristo, condividiamo il momento di preghiera che ieri sera abbiamo vissuto meditando le ultime 7 parole di Gesù sulla croce. Un abbraccio a tutti coloro che soffrono, in particolare invitiamo tuti ad unirsi in preghiera per i malati, i sofferenti nel corpo e nello spirito, per i nostri fratelli in Abruzzo che in questi giorni vivono nella loro vita la Passione di Cristo.
Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno
Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero Lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva. “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,33-34)
COMMENTO:
E’ una cosa normale che, quando si avvicina la morte, il cuore dell’uomo esprime parole d’amore a coloro che gli sono più vicini e più cari, la stessa cosa è stata per Gesù. Tutti coloro che lo seguivano aspettavano ansiosi la sua prima parola. I suoi carnefici aspettavano le sue grida, come avevano fatto coloro che erano stati appesi alla croce prima di lui, che maledivano il giorno della loro nascita, le loro madri; sputavano persino su chi li guardava. Anche gli scribi e i farisei si aspettavano delle grida ed erano sicuri che Gesu’, che aveva predicato l’amore verso i propri nemici e di fare del bene a chi ci odia, avrebbe dimenticato questo suo vangelo quando gli sarebbero stati forati le mani e i piedi. Tutti, insomma, si aspettavano di sentirlo gridare ma nessuno pensava di ascoltare quel grido. La soave, dolce, umile preghiera del perdono: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.
Perdonare chi? Il soldato nel palazzo di Caifa che lo schiaffeggiò; Pilato, l’uomo politico che preferì condannare Dio per poter rimanere amico di Cesare; i soldati che innalzarono il Re dei re su di un albero, fra cielo e terra. Perdonali, perché? Perché sanno quello che fanno? No, perché non sanno quello che fanno. Se avessero saputo quello che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, se avessero saputo quale terribile crimine stavano commettendo condannando la Vita a morte; se solo avessero saputo ciò che stavano facendo e tuttavia avessero persistito nel farlo, non sarebbero mai stati salvati! E’ solo grazie alla loro inconsapevolezza della gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro che udirono quel grido della croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!
L’unica cosa che può giustificarci di non essere santi è la nostra inconsapevolezza di quanto buono sia Dio!
Oggi sarai con me nel paradiso
Uno dei malfattori appeso alla croce lo insultava: ”Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio benchè condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “ Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose Gesù: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 39-43).
COMMENTO:
Dimas, un ladro che ha commesso tanti crimini in punto di morte vede una croce, ma l’adora come un trono; vede un uomo condannato a morte come lui, ma lo invoca come un re : “Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Il Signore era finalmente riconosciuto per ciò che era! Nessuna voce si era elevata in riconoscimento e lode, ad eccezione di quella di un condannato a morte. Era un grido di fede in colui che era stato abbandonato da tutti, ed era solo la testimonianza di un ladro. Se Pietro, che aveva visto il suo volto risplendere come il sole e le sue vesti biancheggiare come la neve sul monte della Trasfigurazione, lo avesse confessato come Signore; se il cieco di Gerico, che aveva riavuto la vista, avesse proclamato la sua divinità, non ne saremmo sorpresi. Ma in quel momento, quando la morte era ormai prossima e la sconfitta sembrava palese, l’unico, al di fuori del piccolo gruppo ai piedi della croce, che lo riconobbe come Signore del Regno e Capitano delle anime, era un ladro crocifisso alla sua destra.
In quel giorno, in cui nemmeno Erode era riuscito a farlo parlare, né le ingiuste accuse in tribunale erano riuscite a fargli rompere il silenzio, ora egli parla volgendosi a quella vita trepidante a suo fianco, e salva un ladro: “Oggi sarai con me nel paradiso “.
Era l’ultima preghiera di un ladro, e forse anche la prima. Bussò una sola volta, una sola volta cercò e chiese, ma quell’unica volta mise tutto in gioco per questo, in un’unica volta ottenne tutto.
Cristo fu scortato al cielo ad un ladro.
Donna ecco tuo figlio
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!” E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
(Gv 19,25-27)
COMMENTO:
Fu proprio dalla croce che Gesù portò a compimento la sua volontà e il suo testamento. Aveva già donato il suo sangue alla Chiesa, le sue vesti ai suoi nemici, il paradiso a un ladro e presto avrebbe abbandonato il suo corpo alla tomba e la sua anima al Padre eterno. A chi dunque avrebbe potuto donare i suoi due tesori da lui più amati: Maria e Giovanni? Li avrebbe donati l’uno all’altra, un figlio a sua Madre e una Madre all’amico. “Donna! ecco tuo figlio!”. Maria aveva dato alla luce il suo primogenito senza dolori di parto, nella grotta di Betlemme; adesso dà alla luce, il suo secondogenito, Giovanni, tra dolori del Calvario. Maria sperimenta i dolori del parto non solo nel dare alla luce il suo secondogenito, Giovanni, ma nel dare alla luce tutti coloro che sarebbero nati da lei come “figli di Maria”
Maria, quindi, non è solo la madre di Gesu’ Cristo, ma è anche madre nostra. Questo non le è dato semplicemente come titolo di cortesia; non si tratta nemmeno di una finzione giuridica o di un linguaggio figurato. Siamo veramente figli suoi e lo siamo a pieno diritto, poiché essa ci ha partoriti nel dolore ai piedi della croce. Ai piedi dell’albero della croce, Maria, grazie al suo coraggioso sacrificio e alla sua fedele obbedienza, ha riacquistato il titolo di Madre dei viventi. Che destino meraviglioso avere come madre la Madre di Dio e come fratello Gesu’.
Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio: Alle tre Gesù gridò con voce forte: “Eloì, Eloì, lema sabactàni? “ che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 33-34)
COMMENTO:
Questa frase simboleggia le sofferenze di tutti coloro che si sentono abbandonati da Dio. Quando la pronunciò, si fece buio su tutta la terra. Si pensa comunemente che la natura rimanga indifferente al dolore dell’uomo. Una nazione può morire di fame, eppure il sole e le stelle continuano a volteggiare sui campi inariditi. L’uomo può levarsi contro suo fratello in una guerra fratricida e trasformare i campi di fiori in campi di sangue, ma un uccello, scampato al fuoco e al furore della battaglia, canta la sua dolce melodia di pace. I nostri cuori possono spezzarsi dal dolore per la morte di un carissimo amico, tuttavia l’arcobaleno appare festoso nel cielo anche se i suoi sgargianti colori contrastano con la cupa agonia sulla quale egli risplende. Ora, però, il sole si rifiuta di brillare sulla tragedia della crocifissione!
In realtà, tutto era nell’oscurità! Egli si era privato di sua Madre e del suo discepolo amato, donandoli l’uno all’altra, e ora anche suo Padre nei cieli lo aveva abbandonato. ”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. E’ il pianto che esprime il terribile mistero di un Dio abbandonato da Dio stesso. Il Figlio chiama suo Padre, Dio. Che contrasto con quella preghiera che egli un giorno aveva insegnato: “Padre nostro, che sei nei cieli ….”! Stranamente e misteriosamente, la sua natura umana sembra separarsi dal Padre celeste, eppure non è così: come potrebbe altrimenti invocarlo dicendo: “Dio mio, Dio mio”? Come la luce e il calore del sole sembrano scomparire quando si frappongono le nuvole, sebbene il sole rimanga nel cielo al di là delle nuvole, così è ora per Gesu’: il volto del Padre celeste sembra scomparire in quel terribile momento in cui egli prende su di sé i peccati del mondo. Gesu’ assume questa sofferenza per ognuno di noi, affinché possiamo capire che cosa terribile sia per la natura umana essere privati di Dio, della sua consolazione.
Nello stesso tempo non dobbiamo dimenticare quanto ancora Dio si sente abbandonato dagli uomini.
Penso che dopo questi duemila anni l’indifferenza del mondo moderno sia più dolorosa delle pene del Calvario. Non bisogna credere che la corona di spine e il metallo dei chiodi fossero più terribili per il corpo del Nostro Salvatore dell’indifferenza di oggigiorno, che non si cura né di offendere né di lodare il suo Cuore.
Ho sete
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata compiuta, disse per adempiere la scrittura: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. (Gv 19, 28-29).
COMMENTO:
Lui, Dio fatto uomo, dalle cui dita rotolarono i pianeti e i mondi; che disse: “Mio è il mare e i fiumi che scorrono tra le migliaia di valli e le sorgenti che sgorgano tra le innumerevoli colline”, proprio Lui ora chiede all’uomo dell’acqua! Ma non chiede acqua terrena, bensì un po’ d’amore. Come se dicesse: “ Ho sete….d’amore”. Questa parola rivela la sofferenza di Dio senza l’uomo. Ma cosa ha fatto Gesu’ per sentirsi tanto in diritto di chiedere il mio amore? Quando mi ha amato Dio? Amore vuol dire prima di tutto dare, amore significa rivelare se stessi a chi si ama, amore significa soffrire per chi si ama e ora Dio sta soffrendo per noi sull’albero della croce, poiché “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Amore significa anche diventare uno con chi si ama ma soprattutto nell’unità dello spirito.
Certamente l’amore si è espresso al massimo. Cristo non avrebbe potuto fare di più per la sua vigna di ciò che ha fatto. Avendo versato tutta l’acqua del suo amore eterno nei nostri poveri e aridi cuori, non ci meravigli che ora sia tanto assetato di amore. Perché non rispondiamo? Perché lasciamo che il Cuore divino muoia di sete per l’amore umano?
Tutto è compiuto
E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse:
“ Tutto è compiuto!” (Gv 19,30)
COMMENTO:
Gli stessi tre strumenti che avevano cooperato alla nostra caduta furono usati per la nostra redenzione. Al posto dell’uomo disobbediente, Adamo, egli pose l’uomo obbediente, Gesu’; al posto della donna orgogliosa, Eva, egli pose un’umile vergine, Maria; al posto dell’albero nel mezzo del giardino, egli pose l’albero della croce. La Redenzione era ora completa. Il lavoro che il Padre gli aveva dato era stato compiuto. Siamo stati riscattati grazie a una battaglia in cui non furono usate le cinque pietre che servirono a David per uccidere Golia, ma le cinque piaghe, le orribili ferite inflitte sulle mani, sui piedi e nel costato di Gesu’; una battaglia il cui grido non era: “Schiaccia e uccidi”, ma “Padre, perdonali” ; una battaglia in cui il perdente fu colui che uccise il nemico. Durante le ultime tre ore, Gesu’ si era occupato delle cose del Padre e con la gioia dei forti, gridò il canto del suo trionfo: “Tutto è compiuto”.
Il suo lavoro era giunto a compimento, ma il nostro? Solo Dio può permettersi di usare quella parola, noi no . Egli ha costruito le fondamenta, noi dobbiamo edificarci sopra. Il Signore è alla porta e bussa , ma la maniglia è solo dal nostro lato e solo noi possiamo aprirla. Gesu’ ha operato la consacrazione, ma spetta a noi fare la comunione. Solo da noi dipende il compimento dell’opera che ci è stata affidata, dalla nostra capacità di adeguarci alla sua vita, diventando altri “Cristi”. Infatti, il suo venerdì santo e la sua passione non potranno giovarci se non prendiamo la sua croce e lo seguiamo.
Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. ( Lc 23, 44-46)
COMMENTO:
Cristo viene condannato a morte dai suoi fratelli accecati dalla gelosia. Poco prima Gesù si era rivolto al mondo, gli aveva dato il suo addio, ora invece si rivolge al Padre e questo segna il suo ingresso in paradiso.
Il figliol prodigio ritorna alla casa del Padre. Non è infatti Gesu’ come il figliol prodigio?
Trentatré anni prima aveva lasciato la casa del Padre suo celeste per andare in un lontano paese, che è il nostro mondo. Allora iniziò a spendere le sue risorse spirituali e lasciare che altri ne usufruissero, disperdendo con infinita prodigalità le ricchezze divine della sua potenza e sapienza, distribuendo con liberalità divina il dono del perdono e della misericordia.
In questa sua ultima ora, tutte le sue sostanze vengono dissipate tra i peccatori, donando per la redenzione del mondo fino all’ultima goccia del suo sangue.
giovedì santo…venerdì santo… sabato santo!!!
In questo giorno speciale, nella Santa Liturgia di oggi celebriamo e ricordiamo il gesto meraviglioso del nostro Maestro: “la lavanda dei piedi”!
Dacci o Signore la forza per poter continuare a “lavare” i piedi ai nostri fratelli, ma soprattutto a “lasciarci lavare i piedi” dai nostri fratelli accettando tutto ciò che abbiamo dentro di noi: peccati, fragilità, bisogni…
In questi giorni, viviamo dentro di noi gli stessi sentimenti di Cristo…
Pensiamo al tradimento di Giuda: quante volte anche noi siamo stati traditi dagli amici più cari e non? Gesù come ha reagito? Lui ha perdonato…
Pensiamo alla superbia di Pietro: quante volte anche noi parliamo a Dio e a Gesù come se conoscessimo la Verità e ciò che è bene per noi? Nonostante tutte le fragilità di Pietro Gesù lo ha continuato ad amare e lo ha posto a capo della sua Chiesa…
Per tutti noi Gesù Cristo Figlio di Dio è stato umiliato, flagellato, crocifisso per i nostri peccati,
solo perchè noi potessimo avere la vita eterna e finalmente tornare in pace con il nostro Unico Padre che è nei cieli!
Riflettiamo Venerdì Santo, meditiamo la Parola di Dio e se possiamo facciamo digiuno, perchè “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio..”
E poi finalmente Sabato sera, la grande serata in cui tutta la Chiesa nel mondo prega affinchè Cristo ritorni presto sulla terra ancora per toglierci totalmente dalla nostra schiavitù del peccato!
Portiamo sempre dentro di noi la gioia di Cristo Risorto e tutto il mondo possa conoscere Lui attraverso il nostro sguardo!!!
SETTIMANA SANTA
Inizia la Settimana santa, andiamo con Cristo incontro alla vita che il Padre ci ha dato. Finché restiamo accanto a Lui non dobbiamo temere: se dormiamo Egli veglia, se cadiamo Egli ci rialza, se abbiamo paura Egli ci incoraggia, se moriamo con Lui Egli ci risuscita e ci introduce nel suo regno.
Utilizziamo questi ultimi giorni per vivere in sintonia con il nostro essere cristiani, perchè dobbiamo arrivare pronti per festeggiare la Risurrezione di Cristo, che tutt’oggi avviene in mezzo a noi!!!

Ecco perchè questa Settimana Santa è così importante, perchè il Signore ci chiama a focalizzare le nostre giornate sul ricordo dei suoi giorni di comunione (giovedì), passione (venerdì), meditazione (sabato) e risurrezione (domenica); impegniamoci affinchè la Pasqua possa veramente sbocciare in ognuno di noi, con la consapevolezza che il Cristo ha veramente vinto la morte e ci accompagna nella nostra vita!!!
IV DOMENICA DI QUARESIMA
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito, perchè chiunque creda in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”
Siamo fuori dalla logica di doveri e relativi castighi,
siamo nel cerchio di un amore folle e paradossale, che è quello di Dio
19 MARZO: SOLENNITA’ DI SAN GIUSEPPE
Oggi celebriamo la solennità di san Giuseppe.
Destino veramente singolare di questo Santo e grande Santo: gli toccò quel che di peggio può dare la terra, quel che di meglio può dare il cielo.
Non onore né gloria, non denaro, né agiatezza, non potenza né considerazione, non amore terreno né piaceri di nessuna sorte, non un nome celebre, non un mestiere onorato, non una ragione qualsiasi per sentirsi ed essere ritenuto qualcuno, niente di ciò che il mondo stima.
Ebbe, invece, da Dio, quel che Iddio non avrebbe affidato mai a nessuno del mondo, né al più potente, né al più ricco, né al più famoso, né al più appassionato, né, in una parola, al più grande degli uomini. Non a Catone, non a Virgilio, non a Cesare, ma a lui Dio affidò il Suo Figlio unigenito e Sua Madre.
A nessuno degli uomini è mai toccata né potrà mai toccare tanta altezza divina e tanta umana umiltà.
O San Giuseppe,
con te, attraverso di te,
noi benediciamo il Signore.
Egli ti ha scelto tra tutti gli uomini,
per essere sposo di Maria e padre di Gesù.
Tu hai contemplato ogni giorno
il mistero della Madre e del Bambino
e tutta la tua vita l’hai dedicata a loro,
anche quando non capivi.
Insegna a noi
la tua fiducia, il tuo amore,
per diventare discepoli
del tuo figlio e della tua sposa.
III DOMENICA DI QUARESIMA
Senza dubbio la lettera di questa pagina evangelica interpella il nostro modo di gestire gli edifici di culto: se siano cioè davvero luoghi per la preghiera e di incontro con Dio o non piuttosto luoghi sciatti e pieni di confusione.
Ma c’è un altro mercato sul quale è importante porre la nostra attenzione: è quello che si svolge dentro i cuori.
Questo è un mercato che scandalizza ancor più il Signore Gesù perché il cuore è il vero tempio che Dio vuole abitare. Tale mercato riguarda il modo di concepire e di condurre la vita.
Anche noi dobbiamo cacciare i mercanti dal tempio: rifiutare tutte quelle forme di religiosità che sono, più o meno apertamente, un modo per aprire con Dio un conto di dare e avere. È tipica della religiosità naturale l’idea del contratto, del dare qualcosa a Dio per avere in cambio il suo favore. Si vede Dio come un potente di questo mondo che vuole essere servito, che ha bisogno del mio sacrificio. Dio allora è strumentalizzato, messo a servizio del mio progetto; solo che per riuscire a fare questo devo sottomettermi, cedere qualcosa.
Sì, oggi, Signore,
ci chiami a verificare se abbiamo fatto del nostro cuore
un centro di adorazione o una spelonca di ladri.
Ci chiami a rinnovare, alla luce del Vangelo,
la scala dei nostri valori, a cambiare la nostra vita.
Il cammino della Quaresima, con lo sguardo fisso su Gesù diventa impegno a purificare le nostre relazioni.
Sull’esempio di Gesù, impegniamoci a trasformare il nostro corpo in uno strumento di comunione per essere tempio vivo del Suo Amore.

I NOSTRI APPOGGI
Il falco
Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al Maestro di Falconeria perché li addestrasse.
Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
“E l’altro?” chiese il re.
“Mi dispiace, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente;
forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo”.
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull’albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.
“Portatemi l’autore di questo miracolo” ordinò.
Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.
“Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?” gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò: “Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare“.
Bruno Ferrero
Talvolta, Dio
permette a qualcuno
di tagliare il ramo
a cui siamo tenacemente
attaccati,
affinche‘ ci rendiamo conto…
di avere le ali.
QUARESIMA: TEMPO PER AMARE

Impariamo a vivere questo periodo di Quaresima
come un’opportunità unica
per riavvicinare il nostro cuore a Cristo,
per riappacificarci con Lui che è in ognuno dei nostri fratelli,
per riassaporare la bellezza e l’unicità del suo immenso Amore!!!
BUONA QUARESIMA!!!
messaggio per la quaresima del Santo Padre
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2009
“Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti,
ebbe fame” (Mt 4,2)
Cari fratelli e sorelle!
All’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gn 2,16-17). Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che “il digiuno è stato ordinato in Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo”. Egli pertanto conclude: “Il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza” (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare “per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio” (8,21). L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!” (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43: PL 52, 320. 332).
Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli” (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).
La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore. Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato” (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L’utilità del digiuno, scriveva: “Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza” (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina. Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.
Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”. Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008
BENEDICTUS PP. XVI
Cari fratellini vi aggiungo poi le parole del nostro Signore:
“Quando digiunate, non fate i tristi come gli ipocriti. Che si imbruttiscono la faccia, affinchè possano mostrare agli uomini che essi digiunano. In verità vi dico, che hanno già ricevuto la loro ricompensa. Ma voi, quando digiunate, profumatevi il capo e lavatevi la faccia. In modo che non agli uomini appaia che digiunate, ma al Padre vostro che è nel segreto: e il vostro Padre, che vede nel segreto, vi ricompenserà” (Matt. 6:16-18).
domani vestiamoci a festa perchè il mondo non si accorga del nostro digiuno ma solo Dio che è nei cieli…
e possiamo in questo periodo di Quaresima lasciar passare dentro di noi Dio, il cui unico scopo è stato quello di amarci e crearci e rivelarsi a noi!!!!
Buon cammino Figli della Luce, il mondo possa attraverso di noi vedere la bellezza e la grandezza di Dio!!





Signore, come il Sole,
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