Croazia (Medjougorie)

“L’Amore di Dio sta nell’ascolto del nostro fratello”

dal 23 luglio 2005 al 1 Agosto 2005

Quando Padre Simone e suor Sandra ci hanno proposto di trascorrere il nostro ritiro in Croazia con la comunità Papa Giovanni XXIII ho pensato che era arrivato il momento di mettere alla prova il nostro gruppo grazie ad un’esperienza di comunità che sicuramente poteva farci capire il significato della condivisione aiutandoci anche a rendere più viva la fraternità tra noi.

Il ritiro sembrava essere molto diverso dagli altri che abbiamo vissuto negli anni scorsi e la stessa forma organizzativa lasciava pensare a ciò. Andavamo in un paese sconosciuto non per ritirarci in preghiera nella cappella di un santuario, ma per vivere l’esperienza della povertà, della comunità, come i primi apostoli, con la speranza di avere risposte pratiche per il nostro ritorno a casa, per capire cosa cambiare…

Sapere di andare in una comunità ancora in costruzione di ex-tossicodipendenti ci faceva sentire come prossimi ad azioni pratiche, ad offrire le nostre forze per gli altri dei quali avevamo timore. Ma il Signore ci ha nuovamente stupito perché ci ha chiesto ancora una volta di ascoltare, di osservare e di fare nostro un atteggiamento, non materiale, ma del cuore, proprio attraverso l’esempio di ragazzi che forse nemmeno ben capiscono il perché del loro modo di vita, ma si fidano di Dio e di coloro che il Signore ha messo loro accanto…

Ricordo molto bene la sera della partenza quando, nonostante ognuno mostrasse entusiasmo, dall’altra parte si riproponevano dentro di noi mille domande, paure, tensioni su quello che ci avrebbe atteso. Io avevo mille presentimenti negativi ma dopo esserci affidati al Signore siamo partiti.

Ovviamente come ogni buon ritiro dei “Figli della Luce” che si rispetti non potevano mancare le difficoltà sul nostro cammino…e nonostante gli sforzi per sorridere e per prendere la situazione nella maniera più positiva possibile cominciavano a vedersi qualche segno di nervosismo e scoraggiamento…e poi non si arrivava più e la stanchezza ormai era più che evidente.

L’arrivo nei pressi di Split ha lasciato diversi di noi un po’ stupiti: in verità ci aspettavamo di vedere i segni di una guerra da poco conclusa e invece la situazione era molto più tranquilla di come si potesse immaginare. Da un lato questo ci ha sollevato il morale solo fino però ad arrivare alla comunità di Hrvace dove l’umore è notevolmente cambiato.
È vero che venivamo da 20 ore di viaggio e quindi non potevamo essere così radiosi davanti allo scenario che ci si presentava, però in quel momento ci siamo fermati solo a pensare alle nostre esigenze senza confidare nell’aiuto del Signore. Effettivamente la casa non era molto grande e non poteva accogliere comodamente tutti noi, in più ci trovavamo in un luogo abbastanza sperduto lontano dalla città e con la consapevolezza di essere circondati dalle mine, residui della guerra.
«Ma in che posto ci ha portato P. Simone?»
In quel momento credo che il Signore ci chiedesse un atto di fede (alla fine era obbligato anche perché non avevamo nessuna possibilità di uscire da quella condizione) soprattutto mettendo a tacere le nostre lamentele e mettendoci per primi in discussione proprio accettando quello che avevamo di fronte.

Che imbarazzo al momento della cena…trattati come ospiti quando invece eravamo partiti con l’idea di lavorare.
I ragazzi che erano in cucina e avevano cucinato per noi erano un’immagine molto strana tanto che il silenzio ha regnato sulla cena. Quella stessa sera Antonio, uno dei responsabili della casa, ha iniziato ad illustraci cosa comportasse convivere in quella comunità: seguire le regole che gli stessi ragazzi seguono alla lettera per poter continuare a vivere lì, non so, ma tutto era abbastanza irreale, era una situazione molto strana…
E così è rimasta la situazione per giorni al punto che ci trovavamo a vivere con dei ragazzi dei quali non conoscevamo quasi il nome. Ripensando a mente fredda al nostro rapporto con i ragazzi mi accorgo come entrambi, sia noi che loro, siamo usciti giorno per giorno dalle nostre paure, dalle nostre soffocanti mentalità, per arrivare forse l’ultimo giorno a realizzare un vero momento di condivisione.
La paura la faceva da padrone!!!

Abbiamo dormito saporitamente nonostante la maggior parte di noi si trovasse per terra (ma questo era poco rilevante viste le esperienze di adattamento del ritiro a Cortona).
La mattina seguente però il morale era molto diverso: eravamo più lucidi per capire che in fondo non eravamo in gita di piacere e che non potevamo pretendere niente di particolare, ma anzi dovevamo considerare quello che c’era come un Dono di Dio.
Già da quella mattina abbiamo capito quanto sarebbe stata dura questa esperienza, ma allo stesso tempo quanto Dio ci stava sostenendo. Essendo domenica abbiamo partecipato alla S. Messa nella Chiesa del paese. Il paesaggio che si apriva davanti ai nostri occhi mentre camminavamo verso la parrocchia era molto suggestivo: c’erano grandi campi non coltivati pieni di sassi collocati, sembrava, secondo una logica ben precisa. Dopo pochi passi sulla strada abbiamo capito tutto: sull’asfalto si vedevano dei segni strani che abbiamo scoperto essere cingoli di carriarmati. Ora che ci ripenso mi vengono i brividi e ancora ho stampato nella mia mente il ricordo di quelle distese sassose bruciate dal sole ideali proprio per dei combattimenti.

Ancora più sconvolgente era vedere dietro di noi il lago e il verde che lo circondava che dava una sensazione di pace e serenità in una terra dove fino a poco tempo prima regnava la guerra. Una contraddizione vistosa e molto dolorosa. In quel momento non siamo riusciti forse a realizzare quel dramma…eppure eravamo lì in mezzo.
Dentro di noi invece c’era la voglia di cantare per il Signore. Forse qualcuno potrebbe pensare superficialità, inconsapevolezza, invece no era il Signore che ci chiedeva di testimoniare la gioia anche dove c’era stato solo dolore e così abbiamo cercato di fare.
Davanti all’entrata della chiesa c’era un ragazzo mutilato, privo di una gamba proprio a causa di una mina. Ci guardava stupito visto che arrivavamo tutti festanti e vestiti con le magliette ufficiali dei Figli della Luce… Vedendolo ho provato dolore, compassione per lui, così giovane e già così segnato dalla vita, eppure il suo sguardo non lasciava spazio allo sconforto, sorrideva e ci salutava cordialmente. Non nascondo che questa scena mi abbia turbato soprattutto al pensiero che da solo un mese aveva perso la gamba. Questa immagine è stata almeno per me di grande incoraggiamento.

In parrocchia, durante la messa, chi era vicino a noi ci guardava a volte in modo strano visto che sconvolgevamo le canzoni con il nostro battere le mani, il tamburello e via dicendo… Ricordo però il sacerdote molto felice della nostra presenza e soprattutto il momento fuori della Chiesa insieme a tutte le persone ballando e cantando in cerchio.
Come è strano l’essere umano… Fino a dodici ore prima eravamo buoni solo a lamentarci, eravamo con il morale sotto i piedi, abbattuti, dopo una notte di sonno eravamo tutti festanti e carichi di gioia. Questo è uno dei miracoli di Cristo!!!

C’era però anche la consapevolezza di essere le solite persone partite da casa, ne più ne meno… In più non avevamo il sostegno, come nelle esperienze di gruppo precedenti, dei frati e delle suore. Sapevamo quello che non dovevamo fare, ma non ci veniva detto come comportarci con i ragazzi. Messa in questo modo può sembrare facile puntare il dito contro di loro e dire che non ci abbiano aiutato…beh credo però fosse giusto così perché nella nostra vita non avremo sempre qualcuno che ci indirizzerà, pronto ad indicarci la strada migliore.
Da soli con le nostre decisioni intraprenderemo la via che conduce a Lui e non qualcun altro per noi, perché al Signore non interessano gesti fatti solo perché qualcuno a cui vogliamo bene ce li raccomanda, ma interessa la nostra libera scelta di accettarlo nella nostra vita attraverso l’amore vero, sincero per l’altro.

A proposito di questo tema mi viene in mente una delle discussioni più interessanti avute tra noi ragazzi riguardo al significato e al valore della condivisione. Come ben diceva Roberto (membro della comunità Papa Giovanni XXIII di Massa) condivisione non vuol dire solamente mettere in comune beni materiali, certo ciò aiuta a viverla ancora più forte, ma l’importante è il modo in cui si fa. Quando si parla di condivisione si parla sì di attenzione verso il prossimo, ma di un’attenzione che si sceglie di dare… Chi vive nella Papa Giovanni XXIII condivide con gli altri perché ha scelto realmente di farlo. Non fa tutto per educazione, perché sa che è giusto agire in un certo modo; chi condivide veramente AMA, per prima cosa tutto, ciò che fa e coloro per cui agisce in quel modo. Da qui si possono capire scelte anche radicali di mettere la propria vita al servizio dell’altro…per amore.

Dopo tutte queste considerazioni, inizi a pensare come ogni giorno ci comportiamo nella nostra vita. Proprio lì a casa mia, quante volte condivido veramente con i miei familiari? Quante volte so che tutto ciò che mi viene dato non è un diritto ma un dono? Quanto veramente sono disposto a lasciare le mie esigenze per amare quelle dell’altro? Ecco che allora tutto diventa più chiaro: come poter sfruttare questa esperienza per la propria crescita spirituale e anche per la conoscenza di Dio. Ecco che allora questo viaggio in Croazia non è più solo una delle nostre esperienze di gruppo, ma un mattone per la costruzione del nostro rapporto con Dio e con gli altri.

Cristo ci ha amati morendo per noi 2000 anni fa e continua ad amarci ogni giorno della nostra vita e chiede a noi, che abbiamo ricevuto tale dono, di essere suoi strumenti per chi non lo conosce o non sa cosa significhi AMARE. E questo lo possiamo fare già attraverso le piccole scelte di tutti i giorni; mi ritornano in mente le parole di Antonio nel momento in cui ci ha raccontato la sua storia prima di tossicodipendente e poi di operatore della comunità: ci ha spiegato che nella comunità viene controllato minuziosamente come i ragazzi puliscono ed effettuano le loro mansioni perché è indice del loro cammino di riabilitazione. Nella comunità si dà per scontato che quando una persona compia un’azione faccia il meglio, sia perché per un tossicodipendente è importante ritrovare ordine nella propria vita, sia perché si agisce con amore pensando prima di tutto alle esigenze del fratello. Ora noi pensiamo mai agli altri? Quante volte si pulisce perché dobbiamo farlo e lo si fa con molta sommarietà? Anzi forse nemmeno sappiamo come si tiene una scopa in mano… Sembrano stupidaggini ma è dalle piccole cose che nascono quelle grandi.

Il penultimo giorno di permanenza nella casa, ricordo che mi trovavo ad asciugare i piatti con altri ragazzi vivendo il servizio nella disattenzione impegnato a scherzare ed a ridere. Ho fatto cadere dei piatti: vi assicuro che ho sentito dentro di me un senso di colpa immenso, non tanto perché avevo rotto qualcosa che non era mio, ma perché, in quel momento, non avevo agito per amore ma solo perché pesava poco assolvere a quell’incarico visto che eravamo in tanti e ci si poteva divertire…non avevo condiviso e cioè non avevo pensato che i miei gesti avrebbero potuto toccare anche qualcun altro.

Il quarto giorno i ragazzi ci hanno raccontato le loro storie (di droga, guerra …). Oltre alle esperienze che ognuno di loro aveva vissuto, ciò che più colpiva era la sofferenza che avevano vissuto e che tuttora vivono e che trapela dai loro occhi.
Non dimenticherò mai lo sguardo di Iviça uno dei ragazzi che aveva visto e compiuto le oscenità della guerra, che ha rinunciato a vivere con la propria figlia a causa di quelle maledette sostanze… Il suo sguardo portava il segno di una grande sofferenza, ma anche di una speranza, la speranza di poter essere ora un buon padre, anche se lontano.
Zlatsko, sposato per ben due volte e con due figli, a causa della droga ha perso tutto. Il pensiero di avere una figlia della nostra età che nemmeno vuole parlare con te e di un figlio piccolo che è stato affidato ad un’altra famiglia e del quale non hai più notizie penso sia un peso insopportabile.
Eppure nelle sue parole e in quelle di tutti gli altri Adam, Ino, Kresho vive la speranza che solo Dio è stato in grado di ridargli attraverso una comunità, ma soprattutto grazie al Vero Amore prima mai conosciuto o riconosciuto.

Una delle conclusioni alle quali penso di essere arrivato in quei giorni è stata: “l’importanza per un cristiano della preghiera”, perché è la fonte che permette di scoprire ogni giorno Gesù in tutte le cose che compiamo e negli altri che ci stanno accanto.
È necessario pregare, ma con il cuore, cioè, mettersi in ascolto della volontà di Dio per noi, per essere capaci di dire di sì ed essere pronti anche a condividere con gli altri gli splendidi doni che ci concede.
E forse, anzi sicuramente, grazie alla preghiera gli ultimi giorni con i ragazzi sono stati fantastici. In particolare la sera prima della nostra partenza per Medjugorie quando alla fine della cena abbiamo condiviso tutti insieme cosa abbia voluto dire per tutti noi quell’esperienza di comunità.

Per molti di noi è stato difficile esternare le proprie emozioni, i ragazzi della casa, più abituati di noi ad analizzare le loro emozioni, sono riusciti ad aprirci il cuore perché hanno veramente fatto capire quanto fosse stato importante, bello, ma soprattutto molto faticoso relazionarsi con noi.
Le loro parole mi hanno personalmente commosso. Vedendo oggettivamente la situazione, tutti noi pensavamo di aver creato solo grande confusione con i nostri ritmi differenti, con il nostro fare molto spesso anche superficiale e poco attento, invece siamo stati in grado di comunicare loro qualcosa di profondo tanto che tutti si auguravano di rivederci il più presto possibile. Si sentiva nei nostri confronti, soprattutto da parte di qualcuno di loro, un senso di profonda gratitudine. Allora mi sono accorto di quanto il Signore possa operare anche attraverso peccatori come noi e proprio quando pensi di essere stato solo di impiccio.

Dopo questo momento è come se avessi sentito il Signore scendere tra noi: si è creata armonia e sono cadute tutte le maschere, i muri che ognuno di noi aveva innalzato per proteggersi da qualcosa che spaventava sono crollati, tanto da ballare tutti insieme sulle note di canzoni di lode a Dio e cantando nelle nostre due lingue madri.
In quel momento mi sono sentito in vera comunione con tutti i miei fratelli, ma non perché stavamo festeggiando, quanto perché i nostri cuori si erano aperti per libera scelta a quelli di altri.

Quando siamo partiti dalla comunità per raggiungere un’altra casa ad Orah (dove purtroppo eravamo soli vista l’assenza dei componenti) forse abbiamo iniziato a comprendere veramente l’importanza di questa esperienza, il valore della condivisione.
La visita a Medjugorie ci ha illuminato ancora di più.

Ci dirigevamo a Medjugorie dopo una giornata distruttiva a livello fisico: molte ore di viaggio (tra le quali una scappattina sulle spiagge croate) e con la consapevolezza che avremmo trascorso la notte nella città mariana, all’aperto.
All’inizio non eravamo molto disposti a questo sacrificio, ma poi abbiamo deciso di fidarci di Dio e siamo partiti. La nostra fede ci ha ricompensato infatti la veglia fatta sotto la statua della Madonna sul Monte delle Apparizioni ha lasciato un segno indelebile nei nostri cuori. Tutti coloro che erano presenti possono dire di aver vissuto una notte “particolare” sin dall’ascesa. C’è chi non sentiva nemmeno la fatica della salita nonostante non fosse morbida.
La preparazione con la recita del S. Rosario ci ha permesso di accogliere il dono di Maria.

Ricorderò sempre l’estrema pace che ci ha cullati nella notte, che ci ha fatti pregare con profondità, con attenzione, ma che ci ha anche dolcemente fatto riposare per infonderci, la mattina al risveglio, una carica inaspettata viste le fatiche sopportate.
Ricordo il calore provato su quelle nude pietre e la tranquillità del sonno, la pace, l’assenza di rumori, persino degli insetti che sembravano zittirsi in un luogo di pace. Si poteva respirare tutta la sacralità che ci circondava e sembravamo essere avvolti in un’atmosfera non umana. Non so come sia il paradiso ma se ci fosse la pace che c’era quella sera sarebbe già splendido… La mattina ricordo di aver parlato con diversi dell’esperienza vissuta e quello che più avvertivo vero era che quella notte mi sentivo vicino a Dio. Mi sembrava di aver percorso una strada nuova, una strada che pur faticosa era dolce perché accanto avevo Maria… Definire quella notte è qualcosa di molto difficile perché è qualcosa che va oltre il pensiero umano e che auguro a molti di provare nel cuore.

Difficile è anche raccontare la giornata di penitenza durante l’ascesa del Krievac dove la Via Crucis ha messo a nudo molte ferite personali e nel contempo le ha sanate. Maria e Gesù ci hanno accompagnato anche qui.

Raccontare a parole quello che è stato Medjugorje è impossibile perché l’amore perde vigore attraverso le parole.
A riassumere quella che è stata la nostra esperienza sono arrivate le parole dei ragazzi della comunità Cenacolo che risiede a Medjugorje, che “casualmente” erano impegnati a dare le loro testimonianze per un gruppo di pellegrini italiani. Cristo ci chiedeva di tornare a casa ed essere persone nuove, non perfette, ma che decidono di voler amare Dio e gli altri ascoltandosi e accogliendosi gli uni con gli altri.

Effettivamente questa esperienza ha indicato una strada a tutti noi, spostando le riflessioni, che si dirigevano all’esterno, alle nostre realtà interiore. Nonostante l’idea fosse quella di partire per vivere con gli altri, fare qualcosa per gli altri, il Signore ha voluto mostrare come il centro di tutto rimanga il nostro cuore.

Paradossalmente è stata proprio la condivisione con gli altri a spingermi a tale conclusione, perché la vera condivisione parte da una libera scelta interiore che si basa sull’Amore per Dio e quindi per il prossimo: senza di essi le nostre azioni rimangono dei semplici gesti di buona educazione, di apparenza come diceva molto bene anche Roberto.

Spero che queste parole possano essere speranza, stimolo a credere nella presenza costante di Dio che a noi ha voluto mostrare le difficoltà della vita, del quotidiano attraverso l’esperienza straordinaria, “al limite”, di ragazzi emarginati che hanno voluto fidarsi di Dio e hanno intrapreso il loro viaggio con Lui, ragazzi che hanno mostrato a noi cosa voglia dire amare soprattutto nell’attenzione alle piccole cose. Dall’altra parte Dio ci ha fatto la grazia di poter sentire la sua presenza ancora più forte attraverso l’amore di sua Madre…

Alla fine mi sento di voler ringraziare Dio per tutti questi doni prendendo l’impegno di fare memoria ogni giorno di quello che mi ha dato e di essere anche testimone per altri fratelli del Suo grande amore per noi.

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